Ragazzi, io sono convinto che bisogna crederci, bisogna correre il rischio di essere illusi, bisogna correre il rischio di passare per ingenui, ma bisogna crederci... E allora io continuo a credere a quella storia del mio amico che mi ha detto che in casa sua, di fronte al suo cane, gli è successa una magia così splendida, che per una cosa così è valsa la pena vivere...
-Luciano Ligabue-

mercoledì 27 settembre 2017

Poesie sparse... 55


Le scarpe che si slacciano, sconfitte 
La strada ride e pare un labirinto 
Il sole è tramontato, rifrazione 
ne resta, ed è un ricordo, è irrisolvibile. 
Una panchina in pietra, sto a parlare 
un poco con chi è solo e non conosco: 
due facce inani, una medaglia identica. 
Se fossi a casa so che avrei contato 
col dito in processione, incolonnate, 
le vertebre che danno la tua schiena. 




giovedì 27 aprile 2017

Poesie sparse... 54 - Whydah Gally


Whydah Gally

Il sogno si esaurì - non era aurora
ancora giunta il mondo a ingravidare.
Brillava minacciosa e lesta l'ombra
della tempesta, il mare era una scossa
continua e perpetrata, era uno spasmo
di morte e gola: il mare era affamato.

La nave imbottigliata nel suo inganno
a depistare ostacoli e scommesse
sperava di nascondersi al destino,
di conservare intatti i suoi tesori.

Ma il mondo fuori è un attimo, è bestemmia
è pescecani è rabbia ed è uragani
... ed è ingiustizia, è insidia, è di cristallo.
È una burrasca infida, è il disagio
di una gomena da infilare all'ago.

Sfinito il sogno non bastò l'aurora
a risvegliarci, non bastò la schiuma
delle onde che girovaghe la faccia
solleticano... adesso inutilmente.


sabato 15 aprile 2017

Poesie sparse... 53 - Camelotian


Ci sono a volte dei fraintendimenti
dei passi fatti sciaguratamente
che il cuore affretta, ma nel camminarli
stupiscono gli odori e le paure
e la facilità che li ha percorsi.
Pertanto non ti puoi rimproverare
alcuna colpa, 'fragile Ginevra:
hai visto Lancillotto. Lo hai baciato.

Donato Giancola

lunedì 13 marzo 2017

Poesie sparse... 52 - Salgariana #1


Salgariana #1 

I tropici in trionfo, gli uragani 
hanno sfondato ormai tutti gli scafi 
così non resta loro che danzare 
violentemente idioti e tristi e soli 
sopra lo specchio infranto del mio mare. 
Cosa è rimasto, cosa sopravvive? 
La tigre forse - ciò che non si doma,
che pure alla pietà ruggisce uccisa. 
La tigre - e rossa o bianca non importa:
uno è il suo sguardo, identica la caccia. 
... e la sua caccia in fondo è lo svenire 
ogni avversario - pecora o fucile,
è un dimostrare intatto che ferita 
vale cento carogne, che sfinita 
può far tremare ancora la paura. 


mercoledì 1 marzo 2017

Poesie sparse... 51 - Salgariana #2


Salgariana #2

Al sud del tuo arcipelago scomposto
dove veleggia e impazza un'altra estate
resisto ancora, Mompracem perduta
invasa da quei venti rumorosi
del nord che alle passioni non riservano
più fughe o traiettorie d'abbordaggio.
Le scimitarre esauste altri rubini
non bramano, ma perle sovrapposte
semmai - dove è impossibile specchiare
quella che l'orizzonte mi impedisce.
La sola che l'oltraggio intenerisce.
Tu: il mio dolore vivo, tumefatto.
Tu: il terremoto che non ha epicentro.


domenica 26 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - storia di una sirenetta parte 12 + epilogo

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- Voglio rischiare anche io, Amedeo.
- Che cosa vuoi dire, Erin?
- Forse c'è un modo... forse posso diventare io umana e capire veramente la vita come la racconti tu.
- Puoi veramente farlo? Tu rinunceresti a essere una sirena?
- Lo desidero con tutto il cuore. Ma ci sono dei rischi.
- Quali rischi, Erin?
La sirena non rispose.
- Mi ci vorrà una notte intera. Domani sera non andare alla cala oltre la scogliera. Verrai a cercarmi lì dopodomani mattina. Devi fidarti di me.
- Come potrei non fidarmi di te? Solo vorrei sapere...
- È meglio di no. Io non sapevo davvero dei rischi che hai corso tu; potevo solamente intuirli. Deve essere lo stesso per te. Prometti che rispetterai il mio desiderio.
- Te lo prometto Erin.
- E io ti prometto che ci vedremo dopodomani mattina allora.
Erin aveva capito fin troppo bene.
Accettare un rischio non è un gesto del cuore. È un atto della volontà, del raziocinio, cui il cuore si lega. Dà senso alle cose, ma non ne avrebbe da solo, come puro istinto. Non poteva essere qualcosa di inspiegabile e improvviso, e non poteva trattarsi di una magia: proprio come per i colori con l'acqua di mare. Non si poteva pretendere da subito. Ci voleva tempo: il tempo necessario a ottenere la giusta mistura.
A capire dove sta davvero il disavanzo e dove invece inizia il guadagno. E forse aveva ragione, il guadagno maggiore cui si potesse ambire era la speranza di poter essere più di sé stessi. La speranza di essere più d'uno solo e di diventare due.
Al tramonto del giorno dopo si recò alla caletta oltre la scogliera.
Strisciò appena oltre il bagnasciuga e si riversò sulla sabbia calda. Quindi cominciò a scavare una buca: quando la reputò abbastanza profonda ci infilò dentro la sua coda. Poi la ricoprì completamente. E si sdraiò supina, ad aspettare l'alzarsi della marea.
Era un rischio, un atto della volontà che il suo cuore avvalorava: rinunciava a essere una sirena seppellendo la sua coda. Il mare, avanzando durante la notte, la avrebbe lasciata con il busto interamente sommerso.
Al termine della notte, se la sua volontà era veramente salda e se ciò era davvero quanto il suo cuore desiderava, si sarebbe ritrovata con due gambe al posto della sua unica pinna.
Il rischio c'era, e lo sapeva bene, perché se avesse funzionato sarebbe stata improvvisamente umana: con le gambe bloccate dal fondale e sotto forse anche un paio di metri d'acqua di mare.
Ci devo credere, si diceva, altrimenti non saprò mai dare un corretto significato alla parola "amore".

Ma senza conoscerlo, questo significato, che senso avrebbe mai vivere?
Grazie Amedeo, grazie per avermelo fatto capire.
Adesso sono tua più di prima, più di qualsiasi promessa pronunciata al tramonto.
La marea comincia ad alzarsi e sarà la fifa, ma per la prima volta l'acqua in cui sono nata mi sembra fredda. So che avrei paura di doverci tornare.
Mi è chiaro perché tu hai avuto bisogno di rischiare tanto, perché non potevi fingere oltre di vivere come avevi finto fino a quel momento.
Amedeo, questo mare non mi appartiene più e dubito mi sia mai appartenuto.
Forse non ci appartiene proprio un bel niente in realtà.
Forse possiamo unicamente scegliere di appartenere noi a qualcosa.
E allora io appartengo a te, al tuo cuore; e posso dirlo perché so che il tuo cuore tu hai deciso che appartenesse a me. E prima non lo sapevo, non sapevo di averlo avuto tra le mani. Non sapevo cosa volesse dire. Non potevo saperlo.
Adesso mi è chiaro: domani mattina lo avrò dimenticato?
La marea è salita, l'aria della notte non può più sfiorarmi ma riesco ancora a vedere la luna. È sbiadita da qui sotto. A un tratto gli occhi mi bruciano. Strano, non era mai successo. È così rinunciare a qualcosa? Cambiano sempre così drasticamente le contingenze che abbiamo con il mondo? Mi sta bene rinunciare, mi sta bene che gli occhi mi brucino se è utile a rivedere i tuoi, se è utile affinché possa essere guardata ancora da te come mi hai guardata da quella prima volta in poi.
Non respiro più. L'acqua salata mi scende nella gola. Anche questo brucia. Potrei scuotere la pinna e liberarmi: è forte e ne sarebbe capace. Ma non la sento più.
Comincio a vedere nero. Un'ombra sta coprendo la luna. Non mi arriva più la luce.
È così morire?
Sento due mani morbide che mi afferrano, che si chiudono dietro le mie scapole.
Sento che mi tirano su, in superficie.
Scopro quanta soddisfazione dia il respirare dopo un po' che non ci si riusciva. 

- Che cosa allora, piedi o pinna? - domandò Erin stanca, con la fronte premuta contro il petto di Amedeo e gli occhi chiusi e la paura di riaprirli.
- Noi due!

***

La mattina seguente il dottor Bartolomeo si recò come tutte le altre mattine alla casa sulla scogliera.
Ma Amedeo non c'era.
Il medico lo cercò ovunque, preoccupato, ma invano.
Corse in paese a chiedere aiuto.
Perlustrarono ogni dove, ma del figlio dell'ambasciatore non vi era segno alcuno.
L'unico indizio disponibile: una doppia fila di impronte, che dalla cala nascosta si dirigevano verso gli scalini della scogliera. Delle due tracce, una apparteneva a due piedi piccoli, probabilmente di ragazza. L'altra testimoniava il passaggio di un piede solo, accompagnato da una gruccia che scendeva a fondo nella sabbia.
Perlustrando la spiaggia, con la bassa marea, si accorsero di uno strano relitto: una lunga pinna di pesce, acefala, semi-seppellita e in stato di decomposizione.
Ma quando un'onda più forte delle altre riuscì a bagnarla tutta, le squame verdi che ne rimanevano si sciolsero in spuma di mare e scomparirono.
Più tardi, al molo, qualcuno si rese conto che delle barche a vela ormeggiate ne mancava una. 

http://previews.123rf.com/images/borojoint/borojoint1208/borojoint120800012/15199591-Olio-dipinto-originale-del-tramonto-bello-oltre-oceano-mare-su-canvas-Modern-Impressionismo-Archivio-Fotografico.jpg

venerdì 24 febbraio 2017

Che cosa rischiamo - storia di una sirenetta parte 11

--> Amedeo spense la luce e si versò un bicchiere di brandy. Il chiaro di luna che riflettendosi sul mare entrava da fuori la finestra bastava e avanzava a illuminare la piccola stanza.
Non era tornato alla caletta, dopo che il mare gli aveva restituito la tela rubata.
La fatica compiuta per ri-issarsi sugli scalini della scogliera lo aveva fatto crollare esausto, quella notte. Le mille domande e le delusioni lo avevano persuaso a starsene a casa le seguenti. Ma l'indomani ci sarebbe tornato, eccome. Lo aveva promesso, no?
Lo aveva promesso, sì.
A chi, non lo sapeva più. Probabilmente non lo aveva mai saputo davvero.
Fece per mandare giù l'ultimo sorso di acquavite insieme ai pensieri che gli turbavano l'umore. Se ne sarebbe andato a dormire.
Per poco, invece, non si strozzò.
Erin lo osservava affacciata sull'interno della stanza.
- Ciao Amedeo.
Lui deglutì rumorosamente. Nonostante si trovasse in controluce, non si poteva non vedere quanto fosse bella. E non si poteva non capire che era nuda. Lo guardava con quel sorriso strano di chi sta compiendo un passo particolarmente lungo e desidera apparire tranquillo, per darsi coraggio, ma che pure sta esplodendo dentro in tifone di emozioni troppo forti e troppo poco chiare.
- Tu non ti vesti mai? - le domandò Amedeo provando un'intonazione scanzonata.
- Volevo vedere come stavi - squittì invece lei.
- Bene - mentì lui: - sono in ottima forma - e per poco non perse l'equilibrio mentre lo diceva.
Trattennero entrambi un sorriso di circostanza.
- Non vai più a dipingere alla cala? - gli chiese con una nota di tristezza.
- Sì. Cioè, oggi non ci sono riuscito; ma domani sarei tornato.
- Capisco.
- E tu?
- Io c'ero. Quando... beh, lo sai.
- Perché non ti sei fatta vedere? Mi avrebbe fatto piacere.
- È... complicato.
- Capisco.
Un silenzio rarefatto si diffuse nell'ambiente, facendo mancare il fiato a tutti e due.
- Però mi devi spiegare una cosa...
Erin sollevò le sopracciglia attenta.
- Come hai fatto ad arrivare qui? Quella finestra dà sugli scogli, non la si raggiunge se non dal mare. Sei mica matta a nuotare a quest'ora?
- Io nuoto sempre.
- Sì, avevo capito che ti piacesse ma...
- Non hai capito.
Inspirò profondamente prima di esplodere:
- Amedeo, c'è una cosa che ti devo dire.
- Va bene.
- Prima però baciami. Abbracciami e baciami, ti prego: almeno una volta sola.
- D'accordo.
- Sì però... - scattò mentre lui cominciava ad avvicinarsi: - Ce la fai a venire con gli occhi chiusi?
Amedeo le rispose con un silenzio carico di curiosità.
- Per favore - insistette.
- Ce la faccio - le rispose lui.
Si avvicinò alla finestra claudicante e disorientato. Erin aveva steso una mano verso di lui, per poterne indirizzare gli ultimi passi.
Quando le sue dita gli sfiorarono il torace Amedeo le porse a sua volta la mano, a carezzarle il braccio. E con una naturalezza dolce da lasciare sbigottiti, ma pure fatta di esitazioni palpitanti, di quelle che mettono a repentaglio la stabilità di un cuore, fecero porto l'uno verso l'altro. Le labbra sembrarono avere trovato un ormeggio, le lingue si accarezzarono come due ancore che arrivano al fondale attutite e che sanno di non voler riprendere più alcuna rotta.
Le mani di Erin si depositarono ai fianchi di Amedeo e salirono quasi fin sotto le ascelle, a sostenerlo. Lui, con le sue, le accarezzò la nuca incastonando le dita sotto i capelli umidi.
Durò un'eternità comunque troppo breve.
Quando si separarono, Erin piangeva.
- Ecco perché... - si limitò a far uscire, strozzato, dalla gola.
Amedeo impiegò poco a capire ciò cui Erin si riferiva: la sua coda da sirena, piegata in due, le sventolava dietro la schiena, opacamente verde sotto i raggi della luna.
Amedeo la osservò frastornato, Erin trattene un singhiozzo.
- Che dire? Credo di averlo sempre saputo, che non eri una ragazza come le altre.
Si riebbe subito.
A Erin si illuminarono gli occhi, stupefatta dalla speranza impossibile che per un solo secondo le si affacciò alla mente.
- Non sei arrabbiato?
- No; perché dovrei?
- Non lo so. Perché ti ho mentito.
- Non sono arrabbiato Erin. E poi tu mi hai salvato: so che sei stata tu. Comunque la si metta, conoscerti è stata forse la cosa più importante della mia vita.
- Allora non ti faccio schifo? Mi vuoi sempre bene?
- Come il primo giorno.
- Anche se sono una sirena?
Amedeo le accarezzò la guancia. Erin spalancò un'espressione di gioia pura: era felice come una bambina; mai e poi mai avrebbe veramente sperato che le cose potessero andare così bene.
Solo un pensiero oscuro giunse a offuscarle il sorriso.
- Amedeo, mi dispiace così tanto per la tua gamba!
- Ne ho ancora una: sono più fortunato di altri, no?
- Amore mio - sospirò sporgendosi di più, a farsi accogliere tra le sue braccia:
- È colpa mia. Mio padre era furioso, mi aveva impedito di tornare. E ha scatenato la tempesta proprio perché non voleva che ci rivedessimo.
- Non mi sembra che questo ti abbia fermata, vero?
Erin lo baciò di nuovo. Era un bacio meno istintivo, dai confini più netti rispetto al primo. Quando si staccarono lei continuò a tenergli il viso tra le mani.
- Vieni via con me - gli sussurrò.
- Dove?
- Convincerò il Re del Mare: lui può darti una pinna come la mia. Lo costringerò a scegliere tra me e sé stesso. Così potremo vivere insieme sotto la superficie del mare, dove nessuno ci farà del male.
- No, Erin.
La sirena guardò il suo uomo con due occhi inaspettatamente sbarrati, a un tratto nuovamente tristi.
- Perché no, Amedeo? Vedo quanto soffri. Ti osservo tutti i giorni dalla notte che ti ho riportato a riva. Vedo la fatica che fai tutte le mattine per sollevarti. Vedo quanto stringi i denti mentre il tuo medico ti pulisce la cicatrice. Se diventassi un tritone... - non voleva dirlo, ma ormai vi era praticamente costretta: - se diventassi un tritone avresti una vita normale. Una vita nuova, ma normale. E ti sentiresti di nuovo intero.
Amedeo serrò le mascelle. Erin pensò che forse aveva esagerato. Amedeo le lesse sul viso la preoccupazione e sorridendone tornò a rilassarsi.
- Erin, ascolta: io sono più uomo adesso di quando ero intero.
Lei lo guardava senza capire.
- È vero: vivere su una gamba sola mi costa fatica, fisicamente. Ma quando guardo il mio moncherino, tutte le volte, penso al motivo per cui mi sono ridotto così. E so per certo che in un certo senso non ho perso un bel niente; semmai ci ho guadagnato.
- Amedeo, non ti seguo.
- Te lo spiego subito. Vedi, Erin, c'è un motivo molto chiaro se io non ho più una gamba.
Si prese un attimo di pausa prima di continuare.
- E il motivo è che ho rischiato. Per una volta nella mia vita ho rischiato qualcosa. E l'ho fatto per una serie di ragioni che sono più importanti addirittura della mia stessa vita. Ho rischiato per i marinai della mia nave, per salvare le loro vite. E facendolo ho dato un senso alla mia, di vita. Ma quando ho chiesto di partecipare a quella spedizione l'ho fatto anche, soprattutto, per te. Ho preso il largo perché stavo cercando te. Perché non trovandoti più non aveva più senso niente di ciò che facevo e perché non avevano senso i quadri che dipingevo. E adesso tu sei qui, a dimostrarmi che ha avuto senso rischiare. Che in qualche modo ti ho trovata. Quando penso alla gamba che non ho più mi rendo conto che comunque ha avuto senso rischiare. E che nulla di ciò che ho fatto ha avuto un senso, prima che rischiassi tanto. Perché mi ha costretto a credere in qualcosa, perché mi sta portando adesso a dirti che ti amo anche se sei una sirena. Perché sto vivendo questo istante. E allora capisco che una gamba in meno vale bene il prezzo di tutto questo. E che non tornerei indietro per tutto l'oro e per tutte le gambe del mondo. Riesci a capirlo, Erin?
Lo capiva, certo. Erano parole che stimolavano dolcezze e si rendeva conto di amarlo anche perché le stava pronunciando. Perché capiva che gli costava fatica pronunciarle, anche se sembrava sereno. 


Van Gogh - notte stellata sul Rodano